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venerdì 7 luglio 2017

Da Breitner a Sollier, quando fare un gol era «rivoluzionario»

di Vanni Buttasi, tratto dalla Gazzetta di Parma di giovedì 6 luglio 2017

Il socialismo reale, il Patto di Varsavia, il Comecon, la guerra fredda, i regimi che controllano tutto e tutti. 
Anche il calcio. 
Lo sport più popolare, anche oltre cortina. Dove le squadre erano la «lunga mano» di chi comandava. E, dove nulla, veniva fatto per caso.
«Calcio e martello» di Fabio Belli e Marco Piccinelli (editore Rogas), con un significativo sottotitolo “Storie e uomini del calcio socialista”, racconta un mondo che non esiste più. Sparito con il crollo delle ideologie e del muro di Berlino. Ma che resiste nei ricordi di chi ha vissuto quelle stagioni calcistiche ricche di campioni e di storie da raccontare ai nipoti. Un mondo svanito nel nulla ma, non per questo, da relegare nell'oblio. Non si possono dimenticare, sarebbe un affronto al calcio, campioni come Lev Yashin, colonna dell'Urss e unico portiere a vincere il Pallone d'oro, o Robert Gadocha, il Garincha polacco che diede spettacolo con Lato e Deyna ai mondiali del 1974 in Germania: ne sa qualcosa l'Italia di Valcareggi. O l'Ungheria di Ferenc Puskas che fece divertire con il suo gioco spettacolare ma perde un mondiale, quello del 1954, in modo incredibile. Le storie sono tante ma su tutte spicca quella dell'attaccante tedesco (dell'Est) Jurgen Sparwasser: fu lui che realizzò il gol della storica vittoria, sempre ai mondiali del 1974, della Rdt (Germania Est) contro i cugini della Rfg (Germania Ovest), che poi vinsero il titolo sconfiggendo in finale l'Olanda. «Stavolta - si legge nel libro - era davvero il comunismo ad avere sconfitto il capitalismo».



Ma, in quegli anni, il calcio era anche contestazione: anche nel football spuntano gli eredi del '68. Così scopriamo le storie di Paolo Sollier, centrocampista dai piedi buoni del Perugia con una ventina di presenze in serie A e sempre pronto a dimostrare le sue simpatie di sinistra; il tedesco occidentale Paul Breitner, un titolo mondiale nel 1974 (quell'anno ritorna spesso nel libro di Belli e Piccinelli) e un gol nella finale persa con l'Italia a Spagna '82 ma soprattutto maoista, capace (però) di rinunciare alla barba da rivoluzionario per fare pubblicità ad un aftershave; infine la Democracia Corinthiana, l'unico caso al mondo di una squadra gestita dai calciatori.

Il ricordo degli anni '70 ci porta anche a parlare del Cesena che, nella stagione 1975-'76, partecipò alla Coppa Uefa e di quella sfida con il Magdeburgo, squadra della Germania Est in cui militava Sparwasser (è sempre lui il protagonista). A parlare di quella sfida è proprio Giancarlo Oddi, difensore romagnolo votato alla marcatura dello scomodo attaccante tedesco. Una partita ricca di episodi dubbi che lo stesso Oddi ricorda ancora con una certa amarezza.
«Calcio e martello» certamente non è un libro didascalico, con tabellini e cronache delle partite: è un libro di sentimenti che racconta un'epoca, ormai finita nella Storia, che consente al lettore di capire quanto fosse importante lo sport, e il calcio in particolare, nei Paesi a regime socialista. 
Era un modo per riscattare la propria condizione sociale ma, soprattutto, per mandare al tappeto l'Occidente dalle idee liberali.
E, proprio in questo caso, l'importanza del risultato era vitale: la vittoria, infatti, era il segno distintivo
che il socialismo reale poteva trionfare.

giovedì 22 giugno 2017

22 giugno 1974, il gol di Sparwasser, la DDR batte la RFG, il socialismo vince.

Il mondiale del 1974 può essere considerato, a ragione, uno dei momenti cruciali e più alti dello scontro calcistico e sportivo in generale fra occidente capitalista ed oriente socialista. 
L’Unione Sovietica aveva già assestato duri colpi all’economia di mercato facendo sì che il sistema socialista potesse primeggiare nei campi della sanità, dell’istruzione e della ricerca scientifica: Juri Gagarin e Valentina Vladimirovna Tereshkova sono ancora oggi due icone che sanno scaldare i cuori dei russi, anche a Muro crollato da tempo. Così come un furioso Kennedy, negli anni della crisi missilistica cubana, prima del fallimento dello sbarco alla Baia dei porci, arrivò a dire pubblicamente: «abbiamo finito per apparire come i difensori dello status quo, mentre i comunisti si presentano come forza d’avanguardia, che indica la via per un modo di vita migliore». 
Il campo socialista, in ogni caso, era realtà contrapposta al capitalismo anche in una porzione d’Europa che niente aveva a che vedere col Patto di Varsavia: in Germania, la DDR, era il baluardo del socialismo in pieno Patto Atlantico verrebbe da dire. Nonostante anche Berlino si fosse parzialmente rifugiata sotto il patto di Varsavia per cercare un piano quinquennale / la stabilità sociale, come urlavano i CCCP-Fedeli alla Linea per mezzo delle corde vocali di Giovanni Lindo Ferretti, uno dei personaggi più iconizzati, controversi e discussi della scena punk e alternativa italiana (quando divennero C.S.I. prima e PGR poi).

Sparwasser, ai tempi, era un centravanti del Magdeburg, adattabile anche a mezz’ala qualora la situazione lo richiedesse. I ruoli, volendo usare un’iperbole, nella Germania Est, non avevano così tanta importanza come per i più quotati occidentali Beckenbauer, Breitner, Müller. Il calcio tedesco della DDR era praticato a livello dilettantistico e la quasi totalità dei calciatori della piccola nazione socialista tedesca erano seconde fila dell’atletica leggera.
Gli sport, infatti, nei paesi del campo socialista, non erano professionistici, bensì tutti dilettantistici, nessuno escluso. Compreso il calcio, che da quel mondiale iniziava la lunga scalata delle sponsorizzazioni, dato che quella fu la competizione con le intromissioni degli sponsor sulle maglie dei calciatori (oltre che del golpe in Cile). Le squadre tedesche orientali, in ogni caso, stavano già da tempo iniziando a togliersi dei sassolini in ambito europeo, dato che la Coppa delle Coppe del ’73/’74 la vinse proprio il Magdeburg di Sparwasser, contro una ben più quotata squadra come il Milan.
De Agostini, difensore juventino che ha più volte incontrato sul campo giocatori della Germania Orientale, li ricorda con quella che i partenopei classificherebbero come cazzimma: erano certo maggiormente determinati dei più quotati tedeschi occidentali e non mollavano mai neanche quando tutto sembrava perduto. Tanto che, molti anni dopo del prima citato 1974, De Agostini e la sua pur fortissima Juventus (con Schillaci e Casiraghi nell’organico, tanto per citare due nomi) per poco non risultavano sconfitti in casa dal Karl Marx Stadt, che all’andata si portò in vantaggio al Delle Alpi con Weinhold, lasciando di sale gli avversari e i convenuti allo stadio.

Il mondiale del ’74, in ogni caso, ha una serie di particolarità e di vicende politiche ad esso collegate che sarebbe impossibile enumerare e trattare in modo tale da non risultare eccessivamente schematico o superficiale. Quel che più importa è che al Volksparkstadion diAmburgo, le prime parole (come il resto dell’inno) della DDR, erano cantate da milioni di tedeschi orientali che urlavano a squarciagola quelle espressioni che rimarcavano una differenza tutta a vantaggio degli appartenenti alla Germania Socialista: «Auferstanden aus Ruinen / Und der Zukunft zugewandt», «Risorti dalle rovine / e rivolti al futuro».
Il caso, infatti, volle che nella fase a gruppi vennero inserite proprio le due Germanie nello stesso girone e poco importa che quel mondiale lo vinsero i tedeschi occidentali. Quella partita, Beckenbauer e soci, se la ricorderanno per tutta la vita, così come per coloro i quali esultavano aprioristicamente (ed esultano tuttora guardando la registrazione della partita) per i successi della Germania Est. Era uno scontro che ne racchiudeva una miriade: non c’era solo la politica e il modello di sviluppo a dividere le due germanie ma anche il modo di intendere lo sport. La situazione assumeva realmente i contorni di uno scontro epocale, nonostante fosse una semplice fase a gruppi, come detto prima.
La partita può sembrare già segnata, al lettore che non ha vissuto quell’epoca e che non ha visto coi propri occhi quel confronto che da modelli politici contrapposti si traduceva in lotta calcistica: la Germania Ovest, in fondo, possedeva più mezzi e, certamente, più talenti per poter superare con facilità la Repubblica Democratica Tedesca. Molti dei giocatori tedeschi orientali, infatti, non andarono oltre la DDR-Oberliga e interruppero la loro carriera calcistica con la fine del socialismo in Germania, come Schnuphase (capocannoniere dell’Oberliga nella stagione ’81/’82 e una carriera divisa fra Rot-Weisse Erfurt e Carl Zeiss Jena) o Strässer (anche lui capocannoniere nei primi anni del socialismo e una sola stagione dopo la fine della DDR, con la Glaswerk Jena) ad eccezione di Voegl (che detiene il record delle 400 presenze nel massimo campionato) e Kurbjuweit (che proseguì come allenatore nel VfB Pössneck).
La DDR non può competere coi cugini orientali e la partita non regala grandi emozioni ai presenti, se non svariate occasioni da gol completamente divorate dai cugini occidentali. I primi quarantacinque minuti scivolano via a reti bianche e quasi sembrerebbe che il pareggio, verso cui pare indirizzarsi anche la ripresa, fosse il risultato più ambito in quello scontro politico/calcistico che animava i tedeschi sugli spalti. Tedeschi che brandivano bandiere identiche, se non fosse per un piccolo emblema al centro di esse che faceva cambiare la prospettiva e l’interpretazione di quegli stessi colori. 
Il settantasettesimo della seconda frazione di gioco, però, è il momento di svolta della partita: dopo un’azione della Repubblica Federale di Germania, Hamman gira il pallone a Kurbjuweit il quale, immediatamente, lancia Sparwasser. Il centravanti supera Höttges e Vogts, controllando il pallone con la faccia (!) e sviando i difensori occidentali col destro: arriva fin sotto la porta, batte Maier e insacca quando il portiere è steso a terra. Occidentali impietriti.
Lo stadio di Amburgo esplode, Sparwasser corre alzando un pugno al cielo e rigirandosi in una capriola mentre correva verso la pista d’atletica che abbracciava il verde rettangolo di gioco, prima d’essere letteralmente sopraffatto da tutti i compagni di squadra.
La partita terminò così, con gli ossis dilettanti che riuscirono a battere quello che ora verrebbe definito calcio moderno, quello degli sponsor e di società che tesserano “campioni” (che si rivelano tutt’altro in corso di campionato) pagandoli fior di quattrini dimenticandosi di tifoserie e del sentimento popolare legato a colori, squadre, società.
Sparwasser, infatti, divenne un mito per tutta la DDR, andando a scardinare il luogo comune: stavolta era davvero il comunismo ad aver sconfitto il capitalismo.

(marco piccinelli)